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Il Nostro Inviato nella Questione Meridionale
Nel parco archeologico di Capocolonna č spuntata una colonna che non č né dorica né ionica né corinzia: č un pilone di acciaio tirato su dall’Eni, alto decine di metri. Per motivi ignoti
Il mostriciattolo
di Crotone
di Francesco Piccolo
CROTONE.
Me ne sto seduto qui,
in una località che si chiama Capocolonna, un posto sul mare a pochi
minuti di auto da Crotone. In questo preciso momento, mentre guardo davanti
a me questa cosa che sono venuto apposta per guardare, e che potrei chiamare
il mostro, mi sento di nuovo catturato in quel gorgo da cui tento di sfuggire
da anni, che consiste nellessere senza alcuna mediazione o possibilità
di scampo un essere umano che si può definire così per tutto il
tempo in cui starò qui: un uomo meridionale nel meridione. Proprio io,
mi dico, che ormai ho scoperto chiara dentro di me la mia contraddittoria, paradossale
ma pure testarda anima antimeridionale. E per questo probabilmente me ne sono
andato a vivere «fuori». Poi torno e in qualsiasi momento lo faccia,
in qualsiasi luogo del meridione io torni, immediatamente risento su di me tutto
il peso di questa definizione uomo meridionale nel meridione e
le terribili conseguenze che essa comporta.
Sono qui a Capocolonna, in un punto esatto che si chiama con maggiore puntigliosità
punta Cicala, dentro il parco archeologico, che è una cosa preziosa e
da salvaguardare da queste parti come in ogni parte del mondo, anche perché
continua, oppure finisce e riprende (non ho capito mica bene) come riserva marina
fin dentro lacqua. In ogni caso, come potete intuire da soli, non deve
essere un posto bruttissimo se è in Calabria, sul mare ionico ed è
un parco. Oddio, non è coloratissimo e rigoglioso e insomma cartolinesco
come si potrebbe immaginare. Potrebbe essere il tempo non proprio luminoso,
oppure il mio umore di oggi, ma questo luogo ha una sua seria calma e un po
di grigiore che non si capisce da dove arrivi. Ma qui, sia chiaro, niente si
capisce mai bene. Ed è questa conclusione che ha portato immediatamente
a farmi sentire «un uomo meridionale nel meridione», cioè
a ritrovarmi invischiato in qualcosa che mi riguarda sempre personalmente anche
quando non mi riguarda, che sviluppa sempre e immancabilmente un senso di impotenza
che poiché è riconoscibile come compagno di strada fin dallinfanzia,
è addirittura ipnotico, e mi lascia senza forze e volontà ancora
prima che cominci a pensare di affrontarlo.
Potrebbe anche, ipotizzo, essere colpa del mostro che è qui davanti a
me. Perché il mostro è il motivo per cui ho fatto tantissimi chilometri
per arrivare fino a qui. Il mostro è una colonna altissima, come se fosse
un obelisco scuro, una torre Eiffel non riuscita. Si chiama derrick, in termine
tecnico, e per farvi capire è come quelle strutture di acciaio che tengono
i fili della tensione. È un mostro che ha insomma unaria vagamente
riconoscibile e dicono sia alto 50 metri. Da qui sotto non saprei dire, non
ho nessuna propensione per le misure e poi un signore molto scandalizzato ha
parlato di 20 metri come se già 20 metri fossero troppi. Quel che da
qui sotto vi posso dire è che è alto. È molto alto. È
incredibilmente alto. È appunto, mostruoso. Ha anche un proprietario
che si chiama Eni o come dicono qui, sia più precisamente sia
perché fermi a una antica consuetudine: Agip.
Bisogna che io confessi ancora unaltra cosa: che il mostro è mostruoso
ed è mostruosa la sua altezza, è chiaro ed evidente; eppure è
meno mostruoso di quanto maspettassi. Almeno, meno nitidamente mostruoso.
In qualche modo è anche deludente. Che per un mostro non è il
massimo. Mi spiego. A prescindere dalle proporzioni, se uno pensa al defunto
hotel Fuenti sulla costiera amalfitana, ricorda un monumento nitidamente mostruoso.
Cera una strepitosa bellezza intorno, in mezzo alla quale spuntava, improvviso
e netto, il Fuenti. Era mostruoso e basta, bastava buttarci locchio mentre
si scendeva o risaliva la strada, e lo si pensava. Qui, sarà perché
chissà cosa mi aspettavo, sarà perché ho fatto un sacco
di chilometri la maggior parte dei quali smanettando sullautoradio che
non solo da Salerno in poi mi aveva perso Isoradio, ma faceva la dispettosa
e non mi faceva sentire niente che durasse più di venti secondi. Sarà
che lultimo tratto per arrivare fino a qui non è che sia stato
rilassantissimo. Fatto sta che adesso mi ritrovo seduto in mezzo a un parco
archeologico deserto, davanti a una torre per un pezzo coperta da muriccioli
che delimitano il cantiere, con intorno degli altri scavi che dovrebbero essere
altri pozzi. E la colonna si erge in mezzo a tutto questo, e allora a vederla
da lontano fa un certo effetto, ma qua sotto quasi quasi sarebbe un po
più in sintonia con quello che cè intorno. Ovviamente sto
parlando del derrick preso in sé e non contestualizzato. Perché
quando lo contestualizzi e dici «lEni ha alzato una colonna di cinquanta
metri in mezzo a un parco archeologico», finisce che le colonne, in special
modo quelle dellEni, servono per scavare in profondità, a livelli
considerevoli, e capirete che scavare in profondità in cerca di non voglio
sapere cosa in un parco che per sua stessa definizione è archeologico
non è cosa normalissima. E allora, a prescindere dalla bruttezza bisognerebbe
guardare alla sostanza. E invece qui tutti dicono che è brutto, che non
è una bugia, eppure non è il centro del problema. Per dire, se
ci avessero messo la piramide di vetro del Louvre e poi avessero cominciato
a scavare sarebbe stato lo stesso.
Così credo, almeno. E invece no: perché sulla bruttezza insistono
tutti, anche alcuni di quei cittadini che una domenica sono venuti qui a centinaia
in pellegrinaggio a protestare. E poi alla fine io lho scoperto perché
non solo è brutto il derrick, ma si insiste anche col dire che è
brutto. Perché per ora per ora, poi si vedrà, ma io per
ora con questi risultati me ne torno a casa questa è lunica
cosa certa che si può dire di questo mostro senza incappare in errori
o imprecisioni o in altre faccende non dimostrabili.
In verità, se vogliamo andare al fondo (metaforicamente e letteralmente)
unaltra certezza cè: e sono i danni che qualsiasi cosa penetri
sottoterra sta facendo alla terra. Quasi due ettari sono sottoposti a quella
che alcuni hanno definito «irruenta azione di movimentazione». Ma
cosa stiano facendo non è dato sapere e quindi neanche questo è
dimostrabile. Altra certezza è la testimonianza di abitanti dei dintorni
che hanno chiamato giornali e associazioni per confidare che sentivano certi
strani movimenti della terra come se ci fosse un terremoto. Una cosa che una
signora vestita come in una commedia di Eduardo unaltra meridionale
nel meridione mi ripete con convinzione, ma che non è appunto
dimostrabile visto che i cantieri sono chiusi e se cè mai stato
un terremoto ora non cè più.
CREPA NEL CUORE.
La signora, oltretutto, insieme ad altri, cerca di aprire unaltra crepa
nel mio cuore invitandomi a vedere le case intorno, e vogliono tutti farmi vedere
la casa della marchesa: a dire la verità si tratta di vere e proprie
ville gentilizie su cui pende un esproprio della Sovrintendenza (probabilmente
anche su quella della marchesa); sui muri crepe visibili raccontano che qualche
danno è stato fatto da qualcuno che ha mosso la terra sotto (non è
che voglio dire che sia stata lAgip, eh); questa è la cosa che
preoccupa di più la gente che abita nelle case oppure vicino alle case;
fa discorsi molto complicati sulla possibilità di difenderne la proprietà
a tutti i costi, e una soluzione intelligente a cui ormai sono arrivati è
accettare la vendita allo Stato, ma averne luso per 99 anni, che non sono
pochi, dicono, e dicono pure che forse non ci muoiono solo loro ma se sono fortunati
(o sfortunati, dipende dai punti di vista) forse riescono a morirci anche i
propri figli. Mi dicono queste cose ma non sono convinti, perché nel
loro cuore anche un termine di novemila anni sarebbe un termine, e li farebbe
vacillare. In ogni caso io mi sono fissato con il mostro e quindi dalla marchesa
non ci voglio andare, e tutto il tempo che passo a Crotone è un tempo
in cui, nonostante non faccia altro che ascoltare storie sul mostro, mi sento
fisicamente lontano dal mostro. La storia è cominciata così. Questa
in gergo agippistico è una zona chiamata «cluster Linda 3».
Ci sono pozzi dellAgip da molti anni, ed è per questo che, aprite
bene le orecchie, in questa specifica zona, parlo proprio di questi metri quadrati
qui intorno, non è stata mai data la protezione di parco archeologico.
È una sorta di zona neutra, con vincolo indiretto per contiguità
con la zona archeologica. Già qui le mie certezze vacillano. Non la mia
indignazione, sia chiaro, ma la chiarezza della mia presa di posizione. Io sono
venuto qui perché cè un pozzo in mezzo a unarea archeologica.
La cosa in termini di legge non è esattamente così, è così
per lorizzonte dello sguardo e si può azzardare nella sostanza,
ma appunto non è così nitida.
Allapertura del cantiere tutti avevano pensato che si trattasse di una
semplice operazione di manutenzione, cioè lo spurgo dei pozzi di metano
che viene di regola eseguito ogni dieci anni circa. Poi alla fine spunta il
mostro. Una cosa mostruosa che i cittadini del luogo ci mettono un po
di tempo a denunciare forse perché non ci potevano credere. Alcuni lo
fanno quando sentono la terra archeologica (o contigua) ballare sotto i piedi.
Comincia una campagna scandalistica dei giornali e delle associazioni, in cui
si immagina la mancanza di autorizzazione, e soprattutto si chiedono spiegazioni
allAgip che rimane nel vago. Si scopre prestissimo che la società
dellEni gode di ogni tipo di autorizzazione possibile: del Comune e della
Sovrintendenza.
Qui comincia anche la serie dei «si dice» ai quali, come per tutti
i «si dice», si può credere o non credere. Si dice che la
colonna è stata costruita per permettere il recupero di antiche tubazioni
rimaste sepolte in precedenti operazioni nel pozzo: cioè si fa un gran
movimento del terreno per fare una specie di operazione archeologica tutta interna
alla storia dellEni. Oppure si parla di trivellazione per decine di metri,
oppure ancora si dice che il pozzo sia stato ostruito dalla lunga inattività,
che bisogna liberarlo e per questo si parla di una richiesta da parte dellEni
di trasporto di esplosivo, documento che incastrerebbe la società in
una posizione grave. Di questo documento parlano tutti, cè un signore
di cui tacerò il nome che un giorno, quando sono ancora a Roma, si appresta
a spedirmelo via fax. Ma di questa richiesta non esiste traccia concreta. Nessuno
me lha mai mandata via fax, nessuno riesce a mostrarla, è una carta
che sta da unaltra parte rispetto a dove sono le persone che dovrebbero
averla.
Poi i lavori, dato lo scandalo e lo scontro politico che comincia a venire fuori,
vengono finalmente sospesi. Non interrotti, sia chiaro, ma sospesi. Vengono
apposti i sigilli dopo un sopralluogo della polizia giudiziaria che si occupa
di pulizia e igiene. Si dice che appunto si è scoperto che si faceva
uso di esplosivo o di trivellazione che nella richiesta non esisteva, ma la
verità più semplice è che lautorizzazione del Comune
cera, quella della Sovrintendenza archeologica della Calabria cera,
e invece mancava quella ministeriale dei Beni artistici storici ambientali.
Di conseguenza anche il Comune poi ha sospeso (non revocato) lautorizzazione
invitando lEni a fare le controdeduzioni rispetto alla possibilità
della difformità dai motivi per cui la società è stata
autorizzata e per la possibilità di aver causato lalterazione dello
stato dei luoghi. In verità la richiesta dellEni al Comune è
molto generica e parla di «lavori urgenti e indifferibili» a cui
semplicemente nessuno si è preso la responsabilità di sottrarre
lautorizzazione. Bisogna sempre considerare che si tratta di un grande
colosso industriale che fornisce tanta occupazione da tanti anni e come in ogni
rapporto con il luogo in cui è sorto, minaccia di continuo di chiudere
tutto e quindi ritorna ogni volta la questione della «ricaduta occupazionale».
E i danni ambientali vengono sempre messi in secondo piano.
A questo punto bisogna tirare fuori la parola fondamentale da queste parti:
come per esempio solo se si tocca larea di Pozzuoli si sente nominare
la parola bradisismo, così da queste parti gli abitanti di ogni tipo
pronunciano con grande disinvoltura e quotidianità una parola che non
avevo mai sentito: subsidenza. In pratica lattività estrattiva
di decenni lascia spazi vuoti nel sottosuolo che vengono occupati dallacqua,
rendendo il terreno sempre più fragile e provocando il lento e continuo
abbassamento del terreno emerso. Una questione ambientale gravissima che come
tutte le questioni ambientali gravissime provoca danni lenti e molto futuri
e quindi, nella sostanza, non si trova facilmente qualcuno che ci pensi seriamente
ora. E in ogni caso bisogna dimostrarlo il fenomeno della subsidenza, e nemmeno
questo è stato fatto. Si chiese, quando si cominciò a parlare
di questo fenomeno, listallazione di centraline per verificare se lo svuotamento
dei pozzi di gas e il riempimento di acqua degli stessi provocasse il fenomeno,
ma queste centraline non sono state mai autorizzate. In pratica, dice Antonio
Tata di Legambiente, questa storia della subsidenza non si sa né si saprà
mai. Però il Comune di Crotone con la Sovrintendenza hanno appunto, qualche
anno fa, progettato questo parco archeologico. Ebbero il primo finanziamento
nel 1994, con la finalità di preservare la linea di costa, effettuare
scavi archeologici, ripristinare lantico bosco ed espropriare appunto
alcune ville gentilizie. LAgip è stato sempre silenzioso e accondiscendente,
respingendo le accuse sulla subsidenza, riuscendo a preservare larea dove
ora cè il mostro da un vincolo totale; e anche ora è silenzioso
e fiducioso visto che, in effetti, ha ricevuto accuse di piccole infrazioni,
in maniera concreta, e solo illazioni sulle possibili attività segrete.
Tanto è vero che non è stato fatto nessun esposto in Procura,
ma la chiusura del cantiere è stata iniziativa di un magistrato.
In realtà, ora sono qui seduto e mentre penso che in fondo sono un poco
deluso, allo stesso tempo mi fa anche un po piacere che ripeto,
a prescindere dalla contestualizzazione il mostro non sia così
evidentemente mostruoso, ma abbia una certa patina di understatement che nonostante
laltezza e lassurdità fa in modo che non luccichi. Non è,
appunto, e qui allora confesso, quel che mi sarebbe piaciuto vedere: una cosa
forte, violenta, orribile e sgargiante nella sua bruttezza. Netta. Inequivocabile.
Da filmarla, da restare incantato di tanta mostruosità. No. È
una cosa più di basso profilo, anche, se vogliamo, più squallida.
Non è, in definitiva, quel che gli altri mi suggerivano che avrei visto
con le loro risate incredule. Infatti, prima di venire qui, quando raccontavo
alle persone che mi chiedevano cosa vai a fare a Crotone, cosa andavo a fare
(a vedere), mi guardavano come per dire: caspita. Poi scuotevano la testa per
dire come fa schifo lItalia; e poi, meridionali e non meridionali, insieme
a tutto ciò avevano anche una reazione che io sapevo che avrebbero avuto:
ridevano. È quella risata che ogni uomo meridionale conosce bene, perché
è sia indefinibile sia precisa, e in pratica raccoglie con sé
sia lindignazione sia una insensata ma puntuale giustificazione. È
sia sarcastica sia affettuosa, e sempre leggermente più affettuosa che
sarcastica. Cioè: se dici che vai a vedere una colonna di 50 metri innalzata
a Rho, linterlocutore scuote la testa indignato; se vai a Capocolonna,
scuote la testa indignato e insieme ride con una indefessa (e per me non più
tollerabile da parecchio tempo) complicità. Tutto questo bisogna pure
che ve lo spieghi, e quindi a prescindere dalla brutta storia della colonna
di Capocolonna, vi devo raccontare unaltra piccola storia che riguarda
il parto di mia sorella nellospedale di Capua (provincia di Caserta).
La quale servirebbe a spiegare perché queste risate in fondo determinano
quel che accade e spiegherà, probabilmente, anche perché poi in
fondo questa colonna alla fine si finisce sempre per alzarla qui e non a Rho
e anche perché di questa storia, in definitiva, non si capisce niente.
E perché, inoltre, io, che al limite posso riconoscermi in Caserta e
forse Capua che fa parte della sua provincia, perché io, e con me qualsiasi
altro meridionale, mi riconosco e mi sento invischiato in una questione di un
luogo in Calabria che finora nella mia vita non avevo mai visto. Questo ospedale
di Capua è abbastanza pulito e molto serio. Per molto serio intendo che
ci sono degli orari di visita che sono stranamente veri, nel senso che in ogni
ospedale meridionale che conosco gli orari di visita sono simbolici, fittizi.
Ci sono ma in realtà si può entrare sempre, tranne quando i direttori
di reparto si sono svegliati di malumore. Anche il nido ha orari e igiene che
sono rigidi e severi. Mia sorella aveva appena avuto un parto cesareo, quindi
si stava risvegliando con molti dolori dallanestesia, ma coincideva con
lorario di entrata e con un po di discrezione si poteva starle vicino.
I corridoi erano silenziosi, le infermieri solerti e tutto quanto andava per
il meglio. Fino a quando nel corridoio è comparso un signore con una
borsa sportiva enorme, che a prima vista sembrava un altro interno che andava
a dare il cambio a qualcuno, a giudicare dalla familiarità con cui infilava
porte e corridoi che sono labirintici. Giunto davanti alla stanza dove cerano
mia sorella e altre tre partorienti, si è fermato, ha infilato la testa
dentro, ha aperto la borsa e ha tirato fuori questa serie di oggetti: una bambolina
di Pocahontas, un elefantino Dumbo, una bambolina Mulan, dei pupazzi dei Teletubbies
gonfiabili. Ad alta voce annunciava il tipo di giocattolo e lo agitava nella
penombra e rivolto proprio a mia sorella diceva signò, vi faccio dei
prezzi che nemmeno ve li immaginate. Mia sorella diceva delle cose incomprensibili
che non si riferivano di certo a Pocahontas o a Mulan, visto che tentava con
fatica di riacquistare lucidità. Qualcuno ha detto al signore che appunto
mia sorella non stava bene, e non era il caso, e lui ha detto che andava bene
che mia sorella non stava bene, ma dentro la stanza ci stavano altre persone
che stavano meglio e che potevano pure essere interessate. Le infermiere stavano
nella stanza accanto e qualcuno ha minacciato di andarle a chiamare. Luomo
ci è andato lui stesso, dalle infermiere, e finora chiunque fosse andato
per chiedere uno strappo alla regola si era sentito rispondere con delle urla
che non se ne parlava. Noi stavamo tutti (tranne mia sorella che stava facendo
un percorso tutto suo) con il collo nelle spalle in attesa delle urla delle
infermiere. Invece abbiamo sentito la voce decisa delluomo che mostrava
anche a loro Pocahontas, Dumbo, Mulan e i Teletubbies ma le infermiere trovavano
insufficiente la varietà dei giocattoli e troppo alti i prezzi. Poi abbiamo
sentito una di loro che diceva alluomo di aspettare un attimo che Rosina
lo voleva e poi parlava al telefono e diceva a Rosina di venire che era arrivato
il signore, e dopo pochissimo Rosina si è precipitata nella stanza e
ha detto che lei voleva assolutamente il grill da giardino uguale a quello che
aveva preso la sua collega. Ma luomo ha detto che lui ce li aveva in macchina,
i grill, e li poteva pure andare a prendere ma erano ingombranti e se qualcuno
lo fermava lui come faceva. E Rosina ha detto di non preoccuparsi, di dire a
chiunque gli rompesse le scatole che lui doveva andare da Rosina, che aveva
un appuntamento e così lavrebbero lasciato passare. Il signore
ha lasciato la borsa con Pocahontas e gli altri nella stanza delle infermiere
tra cui cera Rosina, e dopo un po di tempo è tornato con
una enorme scatola dove sul dorso era raffigurato uno splendido grill da giardino
nero che aveva delle fette di carne appoggiate sopra e già rosolate alla
cottura perfetta. Rosina era molto soddisfatta. Il giorno dopo, nello stesso
luogo, agli stessi rigidi orari, è venuta una cinese a vendere gli accendini
fantastici che hanno loro, nel reparto maternità dove ovviamente è
proibito fumare. Mia sorella poi, nei giorni seguenti, mi ha detto che luomo,
la cinese e altri venditori passeggiano sul corso del corridoio maternità,
indisturbati e facendo affari discreti soprattutto con il personale dellospedale,
anche in orari in cui noi visitatori non possiamo accedere, noi che vogliamo
solo assicurarci che i bambini della generazione futura dormano o crescano come
devono. Ora io lo so. Voi mentre leggevate questa storia di Capua, un po
ridevate. O almeno sorridevate. Non che la cosa non vi indigni, ma nella sostanza
ridevate come hanno riso tutti quelli a cui lho raccontata con sgomento
perché avete pensato quel che tutti pensano: solo da quelle parti possono
accadere cose del genere. Questo lo pensano quelli che vivono lontano da queste
parti (che è diciamo il meridione) e ormai anche quelli che vivono da
queste parti. Però io almeno vi debbo avvertire. Ciò significa
che ogni risata, lo vogliate o no, crea una piccola crepa nellindignazione
e permette che penetri nella crepa un millimetro di indulgenza che, sommata
a tutte le altre risate e a tutte gli altri millimetri di indulgenza, dà
come risultato che in fondo da queste parti, ma solo da queste parti, si può
tollerare che un signore voglia vendere Pocahontas a una donna che sta uscendo
dallanestesia oppure che una colonna di 50 metri compaia in un luogo che
è sia parco archeologico sia riserva marina. Tutto questo continuerà
ad accadere grazie a ogni risata che vorrà dire che poiché ce
ne sono state altre qui nei secoli di queste cose strane, è chiaro che
ce ne possono essere ancora. Quando il responsabile di Legambiente del luogo
mi ha detto che in fondo qui non si capisce bene niente, rispetto a quali lavori
faranno, quali autorizzazioni sono state date, quali elementi si possono impugnare,
poi ha aggiunto: ma dallaccento mi pare di capire che tu
sì,
ho risposto, io vivo a Roma ma sono di
ecco, lo vedi, allora di sicuro
puoi capire
certo, certo. E invece, se cè una cosa che ho
cominciato a fare, ed è per questo che mi sento un meridionale antimeridionale,
è che non posso capire.
INDIFFERIBILI. Ed
è per questo motivo, e per molti altri, tra cui il fatto curioso che
Legambiente, Italia nostra, Wwf, Gruppo archeologico krotonese, e partiti come
Verdi, Ds e Rifondazione avessero organizzato una manifestazione domenicale
a Capocolonna ma non avessero fatto un esposto in Procura, che ho scoperto che
di cose concrete da contestare ce ne sono poche, forse nessuna, e lunico
motivo che rimane per tentare di combattere il mostro e continuare a tenere
fermi i lavori fino a sperare che lo ributtino giù (mai nessuno ha quantificato
il tempo dei «lavori urgenti e indifferibili») è definirlo
appunto mostro, sottolinearne la bruttezza e la mostruosità contestualizzata
nel territorio che è un parco archeologico e una riserva marina. È
brutto, altro non si può dire né fare. Si può solo aggiungere
che Crotone è il luogo dove le fissazioni per le colonne sono più
vecchie di ora, visto che il sindaco è Pasquale Senatore, quello famoso
che ha commissionato un obelisco di 14 metri per commemorare sia i morti di
Salò sia i partigiani. Tutti insieme. E voi ora riderete o almeno sorriderete,
ma io tra qualche mese qui ci tornerò e mi siederò ai piedi di
unaltra colonna, stavolta commemorativa di parte e controparte, e mi sentirò
come in questo momento mi sento un uomo meridionale nel meridione, adesso, e
per questo in fondo davvero posso capire e mi sento un fratello di tutti i cittadini
di Crotone e Capocolonna, che non ci capiscono niente e che vivono in un posto
dove non ci capiranno mai niente e dove il resto del mondo, e molti di loro
stessi, sorrideranno di questa terra per questi motivi.
E così la mia antimeridionalità svanisce sciogliendosi al sole,
anche quando il sole non cè, e divento esattamente uno che vive
a Capocolonna e guarda il mostro con orrore e affetto insieme, con indignazione
e sorriso insieme, con la coscienza definitiva che esso nella sua tragica imponenza
resterà lì molto tempo. Anche se è brutto.