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Il Nostro Inviato
nella Questione Meridionale

Nel parco archeologico di Capocolonna č spuntata una colonna che non č né dorica né ionica né corinzia: č un pilone di acciaio tirato su dall’Eni, alto decine di metri. Per motivi ignoti

Il mostriciattolo di Crotone
di Francesco Piccolo

CROTONE.
Me ne sto seduto qui, in una località che si chiama Capocolonna, un posto sul mare a pochi minuti di auto da Crotone. In questo preciso momento, mentre guardo davanti a me questa cosa che sono venuto apposta per guardare, e che potrei chiamare il mostro, mi sento di nuovo catturato in quel gorgo da cui tento di sfuggire da anni, che consiste nell’essere senza alcuna mediazione o possibilità di scampo un essere umano che si può definire così per tutto il tempo in cui starò qui: un uomo meridionale nel meridione. Proprio io, mi dico, che ormai ho scoperto chiara dentro di me la mia contraddittoria, paradossale ma pure testarda anima antimeridionale. E per questo probabilmente me ne sono andato a vivere «fuori». Poi torno e in qualsiasi momento lo faccia, in qualsiasi luogo del meridione io torni, immediatamente risento su di me tutto il peso di questa definizione – uomo meridionale nel meridione – e le terribili conseguenze che essa comporta.
Sono qui a Capocolonna, in un punto esatto che si chiama con maggiore puntigliosità punta Cicala, dentro il parco archeologico, che è una cosa preziosa e da salvaguardare da queste parti come in ogni parte del mondo, anche perché continua, oppure finisce e riprende (non ho capito mica bene) come riserva marina fin dentro l’acqua. In ogni caso, come potete intuire da soli, non deve essere un posto bruttissimo se è in Calabria, sul mare ionico ed è un parco. Oddio, non è coloratissimo e rigoglioso e insomma cartolinesco come si potrebbe immaginare. Potrebbe essere il tempo non proprio luminoso, oppure il mio umore di oggi, ma questo luogo ha una sua seria calma e un po’ di grigiore che non si capisce da dove arrivi. Ma qui, sia chiaro, niente si capisce mai bene. Ed è questa conclusione che ha portato immediatamente a farmi sentire «un uomo meridionale nel meridione», cioè a ritrovarmi invischiato in qualcosa che mi riguarda sempre personalmente anche quando non mi riguarda, che sviluppa sempre e immancabilmente un senso di impotenza che poiché è riconoscibile come compagno di strada fin dall’infanzia, è addirittura ipnotico, e mi lascia senza forze e volontà ancora prima che cominci a pensare di affrontarlo.
Potrebbe anche, ipotizzo, essere colpa del mostro che è qui davanti a me. Perché il mostro è il motivo per cui ho fatto tantissimi chilometri per arrivare fino a qui. Il mostro è una colonna altissima, come se fosse un obelisco scuro, una torre Eiffel non riuscita. Si chiama derrick, in termine tecnico, e per farvi capire è come quelle strutture di acciaio che tengono i fili della tensione. È un mostro che ha insomma un’aria vagamente riconoscibile e dicono sia alto 50 metri. Da qui sotto non saprei dire, non ho nessuna propensione per le misure e poi un signore molto scandalizzato ha parlato di 20 metri come se già 20 metri fossero troppi. Quel che da qui sotto vi posso dire è che è alto. È molto alto. È incredibilmente alto. È appunto, mostruoso. Ha anche un proprietario che si chiama Eni – o come dicono qui, sia più precisamente sia perché fermi a una antica consuetudine: Agip.
Bisogna che io confessi ancora un’altra cosa: che il mostro è mostruoso ed è mostruosa la sua altezza, è chiaro ed evidente; eppure è meno mostruoso di quanto m’aspettassi. Almeno, meno nitidamente mostruoso. In qualche modo è anche deludente. Che per un mostro non è il massimo. Mi spiego. A prescindere dalle proporzioni, se uno pensa al defunto hotel Fuenti sulla costiera amalfitana, ricorda un monumento nitidamente mostruoso. C’era una strepitosa bellezza intorno, in mezzo alla quale spuntava, improvviso e netto, il Fuenti. Era mostruoso e basta, bastava buttarci l’occhio mentre si scendeva o risaliva la strada, e lo si pensava. Qui, sarà perché chissà cosa mi aspettavo, sarà perché ho fatto un sacco di chilometri la maggior parte dei quali smanettando sull’autoradio che non solo da Salerno in poi mi aveva perso Isoradio, ma faceva la dispettosa e non mi faceva sentire niente che durasse più di venti secondi. Sarà che l’ultimo tratto per arrivare fino a qui non è che sia stato rilassantissimo. Fatto sta che adesso mi ritrovo seduto in mezzo a un parco archeologico deserto, davanti a una torre per un pezzo coperta da muriccioli che delimitano il cantiere, con intorno degli altri scavi che dovrebbero essere altri pozzi. E la colonna si erge in mezzo a tutto questo, e allora a vederla da lontano fa un certo effetto, ma qua sotto quasi quasi sarebbe un po’ più in sintonia con quello che c’è intorno. Ovviamente sto parlando del derrick preso in sé e non contestualizzato. Perché quando lo contestualizzi e dici «l’Eni ha alzato una colonna di cinquanta metri in mezzo a un parco archeologico», finisce che le colonne, in special modo quelle dell’Eni, servono per scavare in profondità, a livelli considerevoli, e capirete che scavare in profondità in cerca di non voglio sapere cosa in un parco che per sua stessa definizione è archeologico non è cosa normalissima. E allora, a prescindere dalla bruttezza bisognerebbe guardare alla sostanza. E invece qui tutti dicono che è brutto, che non è una bugia, eppure non è il centro del problema. Per dire, se ci avessero messo la piramide di vetro del Louvre e poi avessero cominciato a scavare sarebbe stato lo stesso.
Così credo, almeno. E invece no: perché sulla bruttezza insistono tutti, anche alcuni di quei cittadini che una domenica sono venuti qui a centinaia in pellegrinaggio a protestare. E poi alla fine io l’ho scoperto perché non solo è brutto il derrick, ma si insiste anche col dire che è brutto. Perché per ora – per ora, poi si vedrà, ma io per ora con questi risultati me ne torno a casa – questa è l’unica cosa certa che si può dire di questo mostro senza incappare in errori o imprecisioni o in altre faccende non dimostrabili.
In verità, se vogliamo andare al fondo (metaforicamente e letteralmente) un’altra certezza c’è: e sono i danni che qualsiasi cosa penetri sottoterra sta facendo alla terra. Quasi due ettari sono sottoposti a quella che alcuni hanno definito «irruenta azione di movimentazione». Ma cosa stiano facendo non è dato sapere e quindi neanche questo è dimostrabile. Altra certezza è la testimonianza di abitanti dei dintorni che hanno chiamato giornali e associazioni per confidare che sentivano certi strani movimenti della terra come se ci fosse un terremoto. Una cosa che una signora vestita come in una commedia di Eduardo – un’altra meridionale nel meridione – mi ripete con convinzione, ma che non è appunto dimostrabile visto che i cantieri sono chiusi e se c’è mai stato un terremoto ora non c’è più.

CREPA NEL CUORE. La signora, oltretutto, insieme ad altri, cerca di aprire un’altra crepa nel mio cuore invitandomi a vedere le case intorno, e vogliono tutti farmi vedere la casa della marchesa: a dire la verità si tratta di vere e proprie ville gentilizie su cui pende un esproprio della Sovrintendenza (probabilmente anche su quella della marchesa); sui muri crepe visibili raccontano che qualche danno è stato fatto da qualcuno che ha mosso la terra sotto (non è che voglio dire che sia stata l’Agip, eh); questa è la cosa che preoccupa di più la gente che abita nelle case oppure vicino alle case; fa discorsi molto complicati sulla possibilità di difenderne la proprietà a tutti i costi, e una soluzione intelligente a cui ormai sono arrivati è accettare la vendita allo Stato, ma averne l’uso per 99 anni, che non sono pochi, dicono, e dicono pure che forse non ci muoiono solo loro ma se sono fortunati (o sfortunati, dipende dai punti di vista) forse riescono a morirci anche i propri figli. Mi dicono queste cose ma non sono convinti, perché nel loro cuore anche un termine di novemila anni sarebbe un termine, e li farebbe vacillare. In ogni caso io mi sono fissato con il mostro e quindi dalla marchesa non ci voglio andare, e tutto il tempo che passo a Crotone è un tempo in cui, nonostante non faccia altro che ascoltare storie sul mostro, mi sento fisicamente lontano dal mostro. La storia è cominciata così. Questa in gergo agippistico è una zona chiamata «cluster Linda 3». Ci sono pozzi dell’Agip da molti anni, ed è per questo che, aprite bene le orecchie, in questa specifica zona, parlo proprio di questi metri quadrati qui intorno, non è stata mai data la protezione di parco archeologico. È una sorta di zona neutra, con vincolo indiretto per contiguità con la zona archeologica. Già qui le mie certezze vacillano. Non la mia indignazione, sia chiaro, ma la chiarezza della mia presa di posizione. Io sono venuto qui perché c’è un pozzo in mezzo a un’area archeologica. La cosa in termini di legge non è esattamente così, è così per l’orizzonte dello sguardo e si può azzardare nella sostanza, ma appunto non è così nitida.
All’apertura del cantiere tutti avevano pensato che si trattasse di una semplice operazione di manutenzione, cioè lo spurgo dei pozzi di metano che viene di regola eseguito ogni dieci anni circa. Poi alla fine spunta il mostro. Una cosa mostruosa che i cittadini del luogo ci mettono un po’ di tempo a denunciare forse perché non ci potevano credere. Alcuni lo fanno quando sentono la terra archeologica (o contigua) ballare sotto i piedi. Comincia una campagna scandalistica dei giornali e delle associazioni, in cui si immagina la mancanza di autorizzazione, e soprattutto si chiedono spiegazioni all’Agip che rimane nel vago. Si scopre prestissimo che la società dell’Eni gode di ogni tipo di autorizzazione possibile: del Comune e della Sovrintendenza.
Qui comincia anche la serie dei «si dice» ai quali, come per tutti i «si dice», si può credere o non credere. Si dice che la colonna è stata costruita per permettere il recupero di antiche tubazioni rimaste sepolte in precedenti operazioni nel pozzo: cioè si fa un gran movimento del terreno per fare una specie di operazione archeologica tutta interna alla storia dell’Eni. Oppure si parla di trivellazione per decine di metri, oppure ancora si dice che il pozzo sia stato ostruito dalla lunga inattività, che bisogna liberarlo e per questo si parla di una richiesta da parte dell’Eni di trasporto di esplosivo, documento che incastrerebbe la società in una posizione grave. Di questo documento parlano tutti, c’è un signore di cui tacerò il nome che un giorno, quando sono ancora a Roma, si appresta a spedirmelo via fax. Ma di questa richiesta non esiste traccia concreta. Nessuno me l’ha mai mandata via fax, nessuno riesce a mostrarla, è una carta che sta da un’altra parte rispetto a dove sono le persone che dovrebbero averla.
Poi i lavori, dato lo scandalo e lo scontro politico che comincia a venire fuori, vengono finalmente sospesi. Non interrotti, sia chiaro, ma sospesi. Vengono apposti i sigilli dopo un sopralluogo della polizia giudiziaria che si occupa di pulizia e igiene. Si dice che appunto si è scoperto che si faceva uso di esplosivo o di trivellazione che nella richiesta non esisteva, ma la verità più semplice è che l’autorizzazione del Comune c’era, quella della Sovrintendenza archeologica della Calabria c’era, e invece mancava quella ministeriale dei Beni artistici storici ambientali. Di conseguenza anche il Comune poi ha sospeso (non revocato) l’autorizzazione invitando l’Eni a fare le controdeduzioni rispetto alla possibilità della difformità dai motivi per cui la società è stata autorizzata e per la possibilità di aver causato l’alterazione dello stato dei luoghi. In verità la richiesta dell’Eni al Comune è molto generica e parla di «lavori urgenti e indifferibili» a cui semplicemente nessuno si è preso la responsabilità di sottrarre l’autorizzazione. Bisogna sempre considerare che si tratta di un grande colosso industriale che fornisce tanta occupazione da tanti anni e come in ogni rapporto con il luogo in cui è sorto, minaccia di continuo di chiudere tutto e quindi ritorna ogni volta la questione della «ricaduta occupazionale». E i danni ambientali vengono sempre messi in secondo piano.
A questo punto bisogna tirare fuori la parola fondamentale da queste parti: come per esempio solo se si tocca l’area di Pozzuoli si sente nominare la parola bradisismo, così da queste parti gli abitanti di ogni tipo pronunciano con grande disinvoltura e quotidianità una parola che non avevo mai sentito: subsidenza. In pratica l’attività estrattiva di decenni lascia spazi vuoti nel sottosuolo che vengono occupati dall’acqua, rendendo il terreno sempre più fragile e provocando il lento e continuo abbassamento del terreno emerso. Una questione ambientale gravissima che come tutte le questioni ambientali gravissime provoca danni lenti e molto futuri e quindi, nella sostanza, non si trova facilmente qualcuno che ci pensi seriamente ora. E in ogni caso bisogna dimostrarlo il fenomeno della subsidenza, e nemmeno questo è stato fatto. Si chiese, quando si cominciò a parlare di questo fenomeno, l’istallazione di centraline per verificare se lo svuotamento dei pozzi di gas e il riempimento di acqua degli stessi provocasse il fenomeno, ma queste centraline non sono state mai autorizzate. In pratica, dice Antonio Tata di Legambiente, questa storia della subsidenza non si sa né si saprà mai. Però il Comune di Crotone con la Sovrintendenza hanno appunto, qualche anno fa, progettato questo parco archeologico. Ebbero il primo finanziamento nel 1994, con la finalità di preservare la linea di costa, effettuare scavi archeologici, ripristinare l’antico bosco ed espropriare appunto alcune ville gentilizie. L’Agip è stato sempre silenzioso e accondiscendente, respingendo le accuse sulla subsidenza, riuscendo a preservare l’area dove ora c’è il mostro da un vincolo totale; e anche ora è silenzioso e fiducioso visto che, in effetti, ha ricevuto accuse di piccole infrazioni, in maniera concreta, e solo illazioni sulle possibili attività segrete. Tanto è vero che non è stato fatto nessun esposto in Procura, ma la chiusura del cantiere è stata iniziativa di un magistrato.
In realtà, ora sono qui seduto e mentre penso che in fondo sono un poco deluso, allo stesso tempo mi fa anche un po’ piacere che – ripeto, a prescindere dalla contestualizzazione – il mostro non sia così evidentemente mostruoso, ma abbia una certa patina di understatement che nonostante l’altezza e l’assurdità fa in modo che non luccichi. Non è, appunto, e qui allora confesso, quel che mi sarebbe piaciuto vedere: una cosa forte, violenta, orribile e sgargiante nella sua bruttezza. Netta. Inequivocabile. Da filmarla, da restare incantato di tanta mostruosità. No. È una cosa più di basso profilo, anche, se vogliamo, più squallida. Non è, in definitiva, quel che gli altri mi suggerivano che avrei visto con le loro risate incredule. Infatti, prima di venire qui, quando raccontavo alle persone che mi chiedevano cosa vai a fare a Crotone, cosa andavo a fare (a vedere), mi guardavano come per dire: caspita. Poi scuotevano la testa per dire come fa schifo l’Italia; e poi, meridionali e non meridionali, insieme a tutto ciò avevano anche una reazione che io sapevo che avrebbero avuto: ridevano. È quella risata che ogni uomo meridionale conosce bene, perché è sia indefinibile sia precisa, e in pratica raccoglie con sé sia l’indignazione sia una insensata ma puntuale giustificazione. È sia sarcastica sia affettuosa, e sempre leggermente più affettuosa che sarcastica. Cioè: se dici che vai a vedere una colonna di 50 metri innalzata a Rho, l’interlocutore scuote la testa indignato; se vai a Capocolonna, scuote la testa indignato e insieme ride con una indefessa (e per me non più tollerabile da parecchio tempo) complicità. Tutto questo bisogna pure che ve lo spieghi, e quindi a prescindere dalla brutta storia della colonna di Capocolonna, vi devo raccontare un’altra piccola storia che riguarda il parto di mia sorella nell’ospedale di Capua (provincia di Caserta). La quale servirebbe a spiegare perché queste risate in fondo determinano quel che accade e spiegherà, probabilmente, anche perché poi in fondo questa colonna alla fine si finisce sempre per alzarla qui e non a Rho e anche perché di questa storia, in definitiva, non si capisce niente. E perché, inoltre, io, che al limite posso riconoscermi in Caserta e forse Capua che fa parte della sua provincia, perché io, e con me qualsiasi altro meridionale, mi riconosco e mi sento invischiato in una questione di un luogo in Calabria che finora nella mia vita non avevo mai visto. Questo ospedale di Capua è abbastanza pulito e molto serio. Per molto serio intendo che ci sono degli orari di visita che sono stranamente veri, nel senso che in ogni ospedale meridionale che conosco gli orari di visita sono simbolici, fittizi. Ci sono ma in realtà si può entrare sempre, tranne quando i direttori di reparto si sono svegliati di malumore. Anche il nido ha orari e igiene che sono rigidi e severi. Mia sorella aveva appena avuto un parto cesareo, quindi si stava risvegliando con molti dolori dall’anestesia, ma coincideva con l’orario di entrata e con un po’ di discrezione si poteva starle vicino. I corridoi erano silenziosi, le infermieri solerti e tutto quanto andava per il meglio. Fino a quando nel corridoio è comparso un signore con una borsa sportiva enorme, che a prima vista sembrava un altro interno che andava a dare il cambio a qualcuno, a giudicare dalla familiarità con cui infilava porte e corridoi che sono labirintici. Giunto davanti alla stanza dove c’erano mia sorella e altre tre partorienti, si è fermato, ha infilato la testa dentro, ha aperto la borsa e ha tirato fuori questa serie di oggetti: una bambolina di Pocahontas, un elefantino Dumbo, una bambolina Mulan, dei pupazzi dei Teletubbies gonfiabili. Ad alta voce annunciava il tipo di giocattolo e lo agitava nella penombra e rivolto proprio a mia sorella diceva signò, vi faccio dei prezzi che nemmeno ve li immaginate. Mia sorella diceva delle cose incomprensibili che non si riferivano di certo a Pocahontas o a Mulan, visto che tentava con fatica di riacquistare lucidità. Qualcuno ha detto al signore che appunto mia sorella non stava bene, e non era il caso, e lui ha detto che andava bene che mia sorella non stava bene, ma dentro la stanza ci stavano altre persone che stavano meglio e che potevano pure essere interessate. Le infermiere stavano nella stanza accanto e qualcuno ha minacciato di andarle a chiamare. L’uomo ci è andato lui stesso, dalle infermiere, e finora chiunque fosse andato per chiedere uno strappo alla regola si era sentito rispondere con delle urla che non se ne parlava. Noi stavamo tutti (tranne mia sorella che stava facendo un percorso tutto suo) con il collo nelle spalle in attesa delle urla delle infermiere. Invece abbiamo sentito la voce decisa dell’uomo che mostrava anche a loro Pocahontas, Dumbo, Mulan e i Teletubbies ma le infermiere trovavano insufficiente la varietà dei giocattoli e troppo alti i prezzi. Poi abbiamo sentito una di loro che diceva all’uomo di aspettare un attimo che Rosina lo voleva e poi parlava al telefono e diceva a Rosina di venire che era arrivato il signore, e dopo pochissimo Rosina si è precipitata nella stanza e ha detto che lei voleva assolutamente il grill da giardino uguale a quello che aveva preso la sua collega. Ma l’uomo ha detto che lui ce li aveva in macchina, i grill, e li poteva pure andare a prendere ma erano ingombranti e se qualcuno lo fermava lui come faceva. E Rosina ha detto di non preoccuparsi, di dire a chiunque gli rompesse le scatole che lui doveva andare da Rosina, che aveva un appuntamento e così l’avrebbero lasciato passare. Il signore ha lasciato la borsa con Pocahontas e gli altri nella stanza delle infermiere tra cui c’era Rosina, e dopo un po’ di tempo è tornato con una enorme scatola dove sul dorso era raffigurato uno splendido grill da giardino nero che aveva delle fette di carne appoggiate sopra e già rosolate alla cottura perfetta. Rosina era molto soddisfatta. Il giorno dopo, nello stesso luogo, agli stessi rigidi orari, è venuta una cinese a vendere gli accendini fantastici che hanno loro, nel reparto maternità dove ovviamente è proibito fumare. Mia sorella poi, nei giorni seguenti, mi ha detto che l’uomo, la cinese e altri venditori passeggiano sul corso del corridoio maternità, indisturbati e facendo affari discreti soprattutto con il personale dell’ospedale, anche in orari in cui noi visitatori non possiamo accedere, noi che vogliamo solo assicurarci che i bambini della generazione futura dormano o crescano come devono. Ora io lo so. Voi mentre leggevate questa storia di Capua, un po’ ridevate. O almeno sorridevate. Non che la cosa non vi indigni, ma nella sostanza ridevate come hanno riso tutti quelli a cui l’ho raccontata con sgomento perché avete pensato quel che tutti pensano: solo da quelle parti possono accadere cose del genere. Questo lo pensano quelli che vivono lontano da queste parti (che è diciamo il meridione) e ormai anche quelli che vivono da queste parti. Però io almeno vi debbo avvertire. Ciò significa che ogni risata, lo vogliate o no, crea una piccola crepa nell’indignazione e permette che penetri nella crepa un millimetro di indulgenza che, sommata a tutte le altre risate e a tutte gli altri millimetri di indulgenza, dà come risultato che in fondo da queste parti, ma solo da queste parti, si può tollerare che un signore voglia vendere Pocahontas a una donna che sta uscendo dall’anestesia oppure che una colonna di 50 metri compaia in un luogo che è sia parco archeologico sia riserva marina. Tutto questo continuerà ad accadere grazie a ogni risata che vorrà dire che poiché ce ne sono state altre qui nei secoli di queste cose strane, è chiaro che ce ne possono essere ancora. Quando il responsabile di Legambiente del luogo mi ha detto che in fondo qui non si capisce bene niente, rispetto a quali lavori faranno, quali autorizzazioni sono state date, quali elementi si possono impugnare, poi ha aggiunto: ma dall’accento mi pare di capire che tu… sì, ho risposto, io vivo a Roma ma sono di… ecco, lo vedi, allora di sicuro puoi capire… certo, certo. E invece, se c’è una cosa che ho cominciato a fare, ed è per questo che mi sento un meridionale antimeridionale, è che non posso capire.

INDIFFERIBILI. Ed è per questo motivo, e per molti altri, tra cui il fatto curioso che Legambiente, Italia nostra, Wwf, Gruppo archeologico krotonese, e partiti come Verdi, Ds e Rifondazione avessero organizzato una manifestazione domenicale a Capocolonna ma non avessero fatto un esposto in Procura, che ho scoperto che di cose concrete da contestare ce ne sono poche, forse nessuna, e l’unico motivo che rimane per tentare di combattere il mostro e continuare a tenere fermi i lavori fino a sperare che lo ributtino giù (mai nessuno ha quantificato il tempo dei «lavori urgenti e indifferibili») è definirlo appunto mostro, sottolinearne la bruttezza e la mostruosità contestualizzata nel territorio che è un parco archeologico e una riserva marina. È brutto, altro non si può dire né fare. Si può solo aggiungere che Crotone è il luogo dove le fissazioni per le colonne sono più vecchie di ora, visto che il sindaco è Pasquale Senatore, quello famoso che ha commissionato un obelisco di 14 metri per commemorare sia i morti di Salò sia i partigiani. Tutti insieme. E voi ora riderete o almeno sorriderete, ma io tra qualche mese qui ci tornerò e mi siederò ai piedi di un’altra colonna, stavolta commemorativa di parte e controparte, e mi sentirò come in questo momento mi sento un uomo meridionale nel meridione, adesso, e per questo in fondo davvero posso capire e mi sento un fratello di tutti i cittadini di Crotone e Capocolonna, che non ci capiscono niente e che vivono in un posto dove non ci capiranno mai niente e dove il resto del mondo, e molti di loro stessi, sorrideranno di questa terra per questi motivi.
E così la mia antimeridionalità svanisce sciogliendosi al sole, anche quando il sole non c’è, e divento esattamente uno che vive a Capocolonna e guarda il mostro con orrore e affetto insieme, con indignazione e sorriso insieme, con la coscienza definitiva che esso nella sua tragica imponenza resterà lì molto tempo. Anche se è brutto.